Dantedì – Dante la Divina Commedia e i Castelli romani

In questo 25 marzo 2020 si celebra il primo #Dantedì della storia per ricordare il Sommo Poeta.

Per l’occasione, noi di Castelli Cult siamo andati a ripescare la terzina del Paradiso in cui si fa riferimento ai Castelli romani e ce la facciamo spiegare dal Prof. Giulio Ferroni che, per la La Nave di Teseo, ha scritto un volume molto interessante: “L’Italia di Dante”. Un viaggio vero e proprio nei luoghi della Commedia.

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
per trecento anni e oltre, infino al fine
che i tre a’tre pugnar per lui ancora.
(Par. VI 37-39)

“Nella storia dell’aquila imperiale fatta da Giustiniano nel VI del Paradiso si dice che essa ebbe sede ad Alba Longa, per più di tre secoli, fino al momento in cui passò a Roma, in seguito alla guerra con Alba, decisa dal duello tra gli Orazi e i Curiazi, tre fratelli romani contro tre fratelli albani, vinto dal romano Orazio, solo superstite. […] La città di Albano Laziale è quella, tra i Castelli, che direttamemte nel proprio nome, reca la traccia della originaria Alba Longa: ma sembra che l’antica città fosse piuttosto sul sito attuale Castel Gandolfo, molto vicino del resto ad Albano Laziale.”

Giulio Ferroni inizia da qui il suo viaggio tra i Castelli, narrandone storie, monumenti, paesaggi.

Noi ci riagganciamo alla storia degli Orazi e Curiazi, ricordata dal Poeta, e postiamo la foto di un significativo monumento sito sul territorio di Albano, proprio la cosiddetta Tomba degli Orazi e Curiazi.

VILLA AL TUSCULUM DI CICERONE

Anche in questo periodo di incertezza e di quarantena, vogliamo continuare a parlare dei Castelli romani, per farvi compagnia e condividere con voi curiosità sul nostro territorio. Forza! #andràtuttobene

Oggi parliamo di Marco Tullio Cicerone e della sua Villa al Tuscolo, che nei suoi scritti viene più volte citata come fiore all’occhiello dei suoi possedimenti immobiliari. Questa villa era e rimase sempre la dimora preferita, come risulta dalle confessioni epistolari indirizzate all’amico Tito Pomponio Attico (110 – 32 a. C.) al quale scriveva: “adoro il mio ritiro di Tusculum, tanto che mi sento felice solo quando vado là” (Lettere ad Attico, 2, I, 6).

Nella foto: i resti al Tuscolo di quella che potrebbe essere stata tale costruzione (anche se non tutti sono d’accordo che si tratti proprio della dimora dell’oratore arpinate).

Ce la faremo!

Amici e amiche,
atteniamoci tutti alle regole prestabilite e sconfiggiamo questo virus, per tornare a sorridere, abbracciarci, baciarci. Siamo forti! ?

DONNE CASTELLANE

In occasione della Festa della donna, e augurando loro tanta serenità (soprattutto in un periodo come questo), vi narriamo di una delle donne più famose della storia dei Castelli romani: DONNA LIVIA CESARINI.?

Livia Teresa Cesarini (Roma, 21 luglio 1646 – Genzano di Roma, 2 febbraio 1711) ultima dei Cesarini, sposò Federico Sforza di Santa Fiora dando origine al casato degli Sforza Cesarini.

Livia era figlia secondogenita del duca di Genzano Giuliano III Cesarini (1618-1671) e della moglie Margherita Savelli. Il duca e la moglie avevano avuto dieci figli, due maschi e otto femmine. Il patrimonio familiare era notevole, poiché i Cesarini avevano ereditato anche i cospicui beni delle famiglie Savelli, Peretti, Cabrera e Bovadilla. Alla morte di Giuliano III (1665), tuttavia, i due figli maschi e una delle figlie erano già deceduti, cinque figlie (la primogenita Maria Felice, Livia, Cornelia, Camilla e Giulia) erano in convento, libere solo due figlie ancora adolescenti: Clelia (nata nel 1655) e Anna (nata nel 1653). Il titolo ducale passava al fratello di Giuliano III, Filippo Cesarini, chierico di camera, il quale intendeva far sposare Clelia, la più giovane delle figlie di Giuliano III, con Filippo Colonna principe di Sonnino.

Il 29 agosto 1664 Livia Cesarini entrò nella congregazione delle Oblate dei Sette dolori col nome di Maria Pulcheria, ma dopo qualche tempo Livia Cesarini manifestò il desiderio lasciare il convento e di sposarsi. Al proposito di Livia si opposero sia la famiglia Colonna, in cui il 18 febbraio 1671 era entrata Clelia, per matrimonio, portando in dote l’eredità dei Cesarini, sia la stessa famiglia Cesarini. Iniziò una lotta serrata e senza esclusione di colpi da parte di chi avversava il matrimonio, ai quali si contrappossero alte personalità che peroravano la causa di numerosi pretendenti alla mano di Livia. Infine il cardinal Paluzzi Altieri combinò il matrimonio di Livia Cesarini con Federico Sforza di Santa Fiora, I principe di Genzano, figlio cadetto del duca di Proceno. Il matrimonio fu celebrato in segreto il 27 febbraio 1673 e tutto sommato fu un matrimonio felice: la coppia ebbe, oltre a due figlie femmine, due maschi: Gaetano (1674-1727), primo duca Sforza Cesarini di Genzano, e Giangiorgio (1678-1719), che nel 1703 si renderà autore di un grave oltraggio a Faustina Maratti. Le controversie legali fra le due sorelle per l’eredità dei Cesarini continuarono, invece, a lungo e si conclusero con una transazione solo nel 1709.

Livia Cesarini e Federico Sforza misero in atto il piano urbanistico di Genzano, portando a termine la costruzione di Genzano Nuova, impiantata su un sistema di triangolazioni, secondo il piano affidato nel 1643 dal padre di Livia, Giuliano III, all’architetto romano Ludovico Gregorini e al podestà di Genzano Giovanni Iacobini. A Livia Cesarini era intitolata l’ampia strada dove si svolge la famosa Infiorata, che dalla chiesa di Santa Maria della Cima portava a piazza San Sebastiano; la strada, intitolata negli anni trenta a Italo Belardi, viene chiamata ancora “Via Livia” dagli abitanti di Genzano. È seppellita nella Chiesa dei Cappuccini di Genzano accanto al padre e al marito.

(Fonte: Wikipedia e Alessandro Ademollo, Il matrimonio di suor Maria Pulcheria al secolo Livia Cesarini : memorie particolari riguardanti le famiglie Colonna, Orsini, Altieri, Cesarini, Sforza, e Sforza-Cesarini nei secoli decimosettimo e decimottavo. Roma : A. Sommaruga e C., 1883, e altri…)

VENDEMMIE ARTISTICHE CASTELLANE

?Anche se la vendemmia è lontana, oggi vogliamo proporvi una sua rappresentazione di inizio ‘800. ?

Il quadro raffigura “La vendemmia a Genzano” e il suo autore è il pittore inglese Joseph Severn (Hoxton 1793 – Roma 1879).
?Severn dipinse soprattutto ritratti e quadri a tema biblico e mitologico, studiò presso la Royal Academy Schools di Londra, e viaggiò in Italia, soprattutto tra Roma e dintorni. Assieme al suo amico John Keats, si trasferì a Roma dal 1861 fino alla morte e contribuì alla fondazione dell’Accademia britannica delle Belle Arti della capitale.
?Precedentemente, nel 1824, soggiornò a lungo ad Ariccia e Genzano, e lì, nel tentativo di ritrarre in modo più naturale possibile le modelle contadine per il suo quadro sulla vendemmia genzanese, fece credere loro che in realtà stava solo cercando moglie. Lo stratagemma riuscì e il quadro è ritenuto da molti critici uno dei suoi capolavori.

“MITICHE” ECCELLENZE CASTELLANE…

Lo sapevate che le fragoline di Nemi erano conosciute fin nell’Antica Roma e venivano chiamate “le lacrime di Venere”?
Il Mito narra che la dèa s’innamorò perdutamente del bellissimo cacciatore Adone che divenne il suo amante. Marte, preso da feroce gelosia, scagliò contro il giovane un cinghiale, che lo ferì a morte. Venere pianse disperata sopra il corpo ormai esanime dell’amato, e le sue copiose lacrime, cadendo a terra, mischiate col sangue di Adone, si trasformarono in piccoli cuori rossi, le fragoline.

Ecco perché già più di 2000 anni fa le fragoline venivano mangiate e celebrate durante le feste in onore di Adone, alle idi di giugno. La tradizione pagana si mantenne sino alla Roma dei Papi dando luogo a festeggiamenti noti come il “Trionfo delle Fragole”, a Campo de’ Fiori il 13 giugno. In tale occasione le donne preparavano un grande canestro, ponendovi al centro la statua di Sant’Antonio e disponendovi intorno panieri stracolmi di fragole che venivano poi distribuite ai presenti.

Da queste tradizioni prende spunto la #SagradellefragolinediNemi che si svolge ogni anno sempre a giugno e che attira molti visitatori da tutte le città limitrofe e non solo.


Il frutto, eccellenza del territorio dolce e profumata, è riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT).

MISS FRASCATI ovvero LA PUPAZZA FRASCATANA (e non stiamo parlando di un concorso di bellezza ?)

Vi riproponiamo oggi un articolo apparso qualche tempo fa sulla rivista “La cucina italiana” che parla del celebre biscotto castellano.

Farina, miele, e… tre seni. Sono questi gli “ingredienti” che hanno reso celebre il simbolo gastronomico di Frascati, la Pupazza. Questo caratteristico dolce, dalla ricetta simile a quella dei mostaccioli e delle frolle più classiche, raffigura una donna che, per l’appunto, ostenta con fierezza i suoi tre seni nudi. Con le braccia a brocca sui fianchi e le gambe incrociate, come una ballerina in tutù che danza sulle punte, la Pupazza fa mostra delle sue grazie in tutti i forni del paese. L’origine della ricetta non è ancora stata stabilita con precisione tanto che a Frascati si possono trovare numerose varianti del biscotto con altrettante rivendicazioni di paternità. La Pupazza, che in dialetto romano significa bambola, è tradizionalmente alta circa 25 centimetri anche se durante le feste se ne possono trovare versioni più grandi.

La leggenda
Secondo tradizione, la Pupazza frascatana nasce come prodotto squisitamente natalizio ma oggi viene prodotto tutto l’anno per venire incontro alla grande richiesta, anche internazionale. Infatti, nonostante abbia una ricetta poco elaborata e molto simile a tanti altri dolci tradizionali italiani, la dolce bambolina al miele si è guadagnata un posto nelle maggiori guide turistiche proprio grazie alla sua tradizionale forma. Sul motivo per il quale la pupazza abbia tre seni ancora non si è fatta completamente luce. La leggenda più accreditata narra che raffiguri una “mammana” ossia la balia che si prendeva cura dei bambini delle donne impegnate nella vendemmia. Come si sa, non è facile far star buoni i più piccoli, per questo la mammana con i più capricciosi utilizzava un seno finto per allattarli con un buon vino della zona. Da qui i tre seni, che celebrano la secolare tradizione vinicola dei Castelli Romani. Basti pensare che a pochi chilometri da Frascati ci si può imbattere nelle celebri “fontane che danno vino” di Marino, e che nei vigneti intorno al paese viene prodotto il Frascati Superiore, un vino DOCG.
Questa leggenda prende piede nel primo dopo guerra ma c’è chi è pronto a giurare che la pupazza esisteva già ad inizio secolo. Il terzo seno, secondo questo filone di pensiero, non è altro che il frutto di un errore nella preparazione del dolce che, in origine, rappresentava una donna con un normale decolté.

Tanti nomi, un unico simbolo
Facendo una passeggiata in piazza del mercato a Frascati e fermandosi a chiacchierare con qualche commerciante, si scoprirà che non tutti chiamano nello steso modo questo dolce tradizionale. Sebbene il nome più accreditato sia Pupazza Frascatana, c’è anche chi la chiama Pupazza a Tre Seni di Frascati, chi ‘A Pupazza de Mèle o chi, più semplicemente, Miss Frascati. Questa deliziosa e procace donnina si è trasformata negli anni in un prodotto particolarmente rappresentativo della cittadina che si affaccia su Roma. Tanto che, alcuni artigiani della zona ne hanno realizzato varianti “non commestibili” in metallo e ceramica da conservare come ricordo. Inoltre, il Ministero delle Politiche Agricoli, Alimentari e Forestali ha riconosciuto il valore folkloristico di questo dolce inserendolo nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali del Lazio (PAT).

Come si fa
La Pupazza Frascatana nasce da una ricetta semplice e può essere facilmente preparata in casa. Gli ingredienti tipici di base sono farina, olio extravergine di oliva, aroma di arancio e miele, preferibilmente millefiori, prodotto nel territorio dell’Agro pontino della provincia di Latina. La presenza del miele fa sì che il biscotto appena fatto sia molto duro, ma nei giorni immediatamente successivi tende ad ammorbidirsi. Partendo da questi ingredienti di base, ci si può sbizzarrire in numerose varianti. I forni di Frascati, in questo, sono maestri. Ogni panificio si differenzia dall’altro per l’utilizzo di qualche spezia particolare nell’impasto, c’è chi lo fa con il cacao, chi con la cannella, chi ancora con la noce moscata, o per le decorazioni del viso della Pupazza che vengono fatte con canditi, amarene, chicchi d’orzo oppure di caffè per dare gli occhi, il naso e la bocca alla donnina.

Ecco il link alla rivista
?https://bit.ly/2SpRgWy